Filologia, Digital Humanities ed eresie varie

Mondo cane (1962): una scandalosa etnoparadossografia


(Già pubblicato altrove il 7 marzo 2025.)

Di tutti gli esseri viventi, l’uomo è l’unico che venga al mondo piangendo perché il pianto, dicono gli ostetrici, aiuta il neonato a respirare e dà l’avvio ai polmoni. Ma noi, con tutto il rispetto per gli ostetrici, siamo di parere diverso: crediamo che l’uomo, unico animale intelligente del creato, manifesti piangendo il proprio disappunto per il nuovo ambiente in cui è venuto a cadere. […] Tuttavia la sua è una protesta che dura poco, qualche giorno o qualche settimana, e la prima impressione, quella giusta, scomparirà al di là dei ricordi. Man mano che il neonato crescerà, immagini nuove e false si affolleranno nella sua mente. Uomini e donne […] l’aiuteranno adesso a proseguire nell’equivoco; una dopo l’altra accoglierà e farà sue le idee più comode e convenzionali. Verrà a sapere che il mondo è fatto di buoni e di cattivi, ma che i buoni siamo noi ed i cattivi sono gli altri. Sentirà parlare di evoluzione, di civiltà e, se guardandosi allo specchio, si accorgerà di avere la cravatta, si convincerà di essere evoluto e civile. Tutto ciò che lo riguarda o riguarda il mondo che lo circonda troverà presso di lui una giustificazione tanto precisa quanto presuntuosa. Ogni “perché” troverà la sua risposta, tutto sarà spiegato, tutto sarà logico e se non ci arriverà da solo, gli altri ci saranno arrivati anche per lui.

Da questo prologo, non è chiaro come mai Mondo cane sia un film così famigerato. Quando uscì nelle sale nel 1962 fu scioccante per gli spettatori e divisivo per la critica. Negli anni successivi divenne un trendsetter, dato che diede il via (ed il nome) a tutto un genere cinematografico, i mondo movies. Si tratta di documentari ben diversi da quelli tradizionali: sono collage di riprese assai variegate e talvolta forti, ordinate in modo da sconvolgere lo spettatore (per questo sono chiamati anche shockumentary). Questo fa sì che spesso il montaggio sia molto più artificioso che fedele alla realtà. Insomma, puro cinema che obbedisce anche alle leggi del mercato. Con Mondo cane il successo commerciale, per un motivo o per un altro, ci fu eccome. Vinse una Palma d’oro e ottenne una candidatura agli Oscar per il miglior brano musicale, More di Riz Ortolani e Nino Oliviero, la cui colonna sonora è una delle colonne portanti dell’architettura del film.

Ma prima del successo, ancora durante le riprese nel 1961, il tema del film veniva riassunto come una vera e propria delizia antropologica, quasi. Potrebbe sembrare addirittura una produzione alla National Geographic.

Il film è un sensazionale documentario che presenta avvenimenti, usanze, folklore di tutti i popoli del mondo.

Messa così, potrebbe anche sembrare un’opera mondo, anche bellina e istruttiva. Di questo si tratta, scene messe una di fianco all’altra e commentate in voiceover. Bozzetti etnografici con didascalia.

Fotogramma del film Mondo cane: un cimitero sottomarino dell'arcipelago malese.
«Gli indigeni dell'arcipelago malese seppelliscono i loro morti in questo immenso cimitero sottomarino. Qui la religione insegna che il mare lava il corpo dei defunti e lo libera del peccato.»

Il prologo riportato all’inizio di questa pagina sembra portare avanti una certa ideologia, che ci porta fuori da noi e dritti dentro il mondo, uscendo dal semplicismo manicheo delle società e dai dogmatismi interpretativi.

“Le biblioteche traboccano di libri, milioni di libri […] sostanzialmente identici nel dargli un’idea sempre convenzionale del mondo che lo circonda”. Migliaia di nuovi film vengono prodotti ogni anno, si rappresentano commedie, si scrivono articoli, tutto è stato raggiunto, studiato, interpretato.

Gli autori hanno optato per “un’altra strada”, hanno voluto (rap)presentare “un mondo assolutamente diverso e inedito”, e cioè quel “mondo che ogni uomo intravede nascendo e che continua ad esistere anche se poi nessuno ci pensa o vuole pensarci”.

Mondo cane, come progetto a più firme, ha ovviamente diverse anime. Una di esse, spessissimo messa in risalto nelle recensioni di oggi, su Internet, è quella della patina di razzismo e paternalismo della voce narrante. Mi sarebbe piaciuto trovare recensioni di quegli anni che mettessero in risalto questo aspetto, ma per ora la mia ricerca deve continuare. Negli anni ‘60 la critica era più interessata a due altri aspetti: quel gusto del film per l’osceno, per il macabro e per il cruento (che, al contrario, è proprio ciò che ha suscitato la curiosità di millennial e post-millennial per questo film, me compreso) e il tradimento dello spirito e del rigore documentaristico, di quella missione che è la verità, come ci viene fatto invece intendere nell’incipit della pellicola:

Tutte le scene che vedrete in questo film sono vere e sempre riprese dal vero. Se spesso saranno scene amare è perché molte cose sono amare su questa terra. D’altronde il dovere del cronista non è quello di addolcire la verità, ma di riferirla obbiettivamente.

Nell’era della “pornografia del dolore” e della “post-verità”, possono questi essere gli aspetti da criticare? Oggi ho l’impressione che ognuno di noi guardi diciassette mondo movie diversi all’ora. Solo che questi mondo non seguono così tanto delle ideologie ciniche, nichiliste o razziste (ma su quest’ultima non sono tanto sicuro), bensì, per esempio, più quelle della spettacolarizzazione immoderata delle vite, del consumo irrefrenabile e della propaganda politica disumanizzante.

E la dicotomia “civilizzato” vs “primitivo” tarda a morire ai nostri giorni, complice un’istruzione che non riesce ad aggiornarsi più in fretta. Ma a me personalmente fa piacere sapere che nel DNA di Mondo cane è presente la dichiarazione di questa verità: evoluzione e civiltà sono soltanto delle convinzioni (no, non c’è scritto convenzioni). Per questa ragione mi risulta facile leggere un substrato originario di autoironia nel modo di affrontare moralismi e tabù occidentali. Questa ironia, nelle intenzioni di Paolo Cavara, viene così espressa:

Man mano che ci sposteremo verso la fine, e che alle immagini del mondo primitivo seguiranno altre che portano il sigillo di una civiltà, ci accorgeremo come le prime e le seconde non siano che aspetti diversi di una identica realtà. Tuttavia questi parallelismi, anche se di grande evidenza non ci porteranno a giudicare o fare del facile moralismo, ci limiteremo, semmai a confidarvi quest’unica, vera, consolante conclusione cui siamo giunti alla fine della nostra modesta fatica: questo è davvero un mondo cane, ma un mondo cane nel quale ci troviamo tutti benissimo.

Piccola nota: fu Cavara stesso, qualche anno dopo, a voler raccontare l’esperienza di un regista di documentari che gira il mondo alla costante ricerca di scene finte di reale sofferenza: lo farà nel film L’occhio selvaggio del 1967, dove lo spettatore vede esplicitate tutte le domande che si era fatto durante la visione di Mondo cane. Un occhio può essere solamente un occhio all’interno di questo mondo, può non intervenire? Una valida (per quanto scontata) risposta è contenuta nel finale de L’occhio selvaggio. Ma di fronte alla sempre maggiore complessità del mondo che noi possiamo conoscere tramite il giornalismo e la rete, le domande si moltiplicano.

Fotogramma da L'occhio selvaggio.
Scena dal film L’occhio selvaggio.

Mi sarebbe piaciuto dedicare qualche riga in più ad altri film appartenenti al filone dei mondo, ma le recensioni sono generalmente negative e non mi risultano sufficientemente accattivanti, per ora. Anche perché li guarderei con la speranza di trovarvi dentro la visione filosofica di Cavara e non una semplice caccia all’inconsueto e allo scenografico che procede alla cieca. Hanno titoli accattivanti, perlopiù incentrati sui costumi sessuali di diversi popoli e sull’erotismo (aspetti ben rappresentati già in Mondo cane stesso, ma lontani dall’esserne il fulcro).

Di fronte all’oggetto di questo film, cioè la varietà del mondo, è facile dubitare che la morale abbia un ruolo più importante della comprensione. Viviamo in un mondo fatto di omologazione, dove siamo portato a credere in un’uguaglianza totalizzante e infine opprimente, in cui l’estinzione di lingue e culture millenarie non è più un rischio ma avviene giorno dopo giorno, ignorata tanto quanto le estinzioni di specie biologiche, e pur con tutti i mezzi di conoscenza di cui disponiamo sappiamo davvero poco di quanto gran parte delle usanze di popoli diversi siano infine le stesse. Non tutti ci possiamo dedicare agli studi antropologici, ma Mondo cane, ben lontano dall’essere scientifico o preciso, aveva voluto raccontare questo.

Verso il finale, viene mostrata la scena di un gruppo di cavernicoli che vivono come nell’età della pietra, nella regione di Goroka, in Papua Nuova Guinea. “Una generazione va, una generazione viene, ma la terra resta sempre la stessa”, diceva qualcuno. E quella voce narrante, per quanto usi un linguaggio oggi problematico, riesce a centrare il punto.

Ecco un giorno, un istante qualunque di quattro, cinque, diecimila anni fa. Non accade nulla di particolare, allora come oggi. Tutto si svolge sotto l’eterna guida dell’istinto: il lavoro, l’ozio, i figli, il cibo, la ricerca di comunicativa, il bisogno di una vita ordinata e sociale.

Sarebbe interessante anche la live reaction, come si dice in gergo internettiano, di uno spettatore del 1962 di Mondo cane che si incuriosisce, inorridisce, si confonde, si spaventa, si sconvolge, si scandalizza magari, si sdegna, insomma, ha delle reazioni umane spontanee. E poi mi ricordo, una scena che parla, con il solito cinismo, di arte e ne problematizza i meccanismi di produzione e fruizione forse c’è già, ed è quella del pittore francese Yves Klein e delle sue Anthropométries, della quale ognuno può pensare quel che vuole. Klein stesso, dopo essersi visto nella première del film, ebbe un infarto. Morì meno di un mese dopo.


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