Ai piedi del vulcano (1992): Etna, fato, ri-umanizzazione del nemico
(Già pubblicato altrove il 12 agosto 2026.)
Il vulcano, si sa, è il simbolo per eccellenza della forza distruttrice della natura, della sua capacità di spazzare via, senza cura, ciò che l’umanità costruisce e ama, almeno fin da Leopardi e da Pompei. Questa figura classica presenta al contempo anche l’altro lato della medaglia, il più chiaro esempio della natura resiliente dell’Uomo stesso, che è in grado di ricostruire sopra le ceneri e sopra i suoi stessi antenati sepolti dalle colate.
Il vulcano è una metafora esistenziale e universale, dunque, si potrà pensare. E invece no, c’è chi ha voluto comunque legarla a un contesto storico e geopolitico, ma soprattutto sociale, ben specifico. Nel 1971, una giovane cantante israeliana, Chava Alberstein, eseguiva per la prima volta la canzone composta dal paroliere Dan Almagor e da Dani Litani intitolata All’apertura del vulcano, che in italiano potremmo tradurre anche come Ai piedi del vulcano, per capirci meglio.
Essa parla di una domanda tipica: come mai le genti che abitano ai piedi dei vulcani… si ostinano a farlo? È una domanda che qualsiasi abitante della zona etnea (e immagino di altre zone vulcaniche) avrà sentito almeno una volta da parte di qualche visitatore straniero, e la risposta è così scontata, per l’etneo, il vulcanico (o il vulcaniano che sia), che risulta perfino difficile da formulare. Ma questa è una canzone di domande, non di risposte, di incertezza e non di sicurezza: la costante paura della distruzione, dell’impossibilità di continuare a vivere nella propria terra, in maniera tranquilla e continuativa, riecheggiano molto chiaramente come un richiamo alla terra d’Israele, soprattutto dopo i primi conflitti coi vicini paesi arabi e negli anni successivi alla guerra dei Sei Giorni (1967), in cui il terrorismo palestinese non era ancora arrivato ai livelli della prima intifada ma si stava riorganizzando, arrivando l’anno successivo (1972) a compiere uno degli attentati che hanno maggiormente segnato la storia e la psiche collettiva israeliana, il massacro di Monaco. È un canto nazionale dunque, e monodirezionale, ben lontano dall’uso che fece Leopardi dello sterminator Vesevo per arrivare a parlare della social catena a cui tutti i mortali sono stretti a causa dell’empia natura.
Perché dunque quelle popolazioni e quegli individui preferiscono sfidare la sorte e continuare la loro vita in luoghi pericolosi come, appunto, le falde di un vulcano?1 A parte l’attaccamento alla propria terra, con i suoi usi e costumi, con le lapidi dei padri, resta solo una cieca speranza che forse, chissà, le cose un giorno andranno meglio, che il vulcano smetterà di eruttare, e dunque la consapevolezza che non si può abbandonare la nave prima d’allora. E molti israeliani, spesso e tipicamente, si chiedono la stessa cosa: ma allora perché continuiamo a vivere noi stessi in questa terra? Questa domanda riecheggia forse oggi più che mai prima d’ora.
Passano vent’anni, nel 1992, con la vittoria alle elezioni della sinistra guidata da Yitzhak Rabin si è in una nuova stagione politica, sta iniziando l’era degli accordi di Oslo, della speranza di pace coi Palestinesi, e Dani Litani ritorna sulla sua canzone, ne rielabora il suono, che diventa più rockeggiante e cupo, l’ordine delle strofe cambia, saltano alcuni dei riferimenti vulcanologici ed esiziali, diventa un bel pezzone da 7 minuti mezzo cantato e mezzo recitato, ma il testo non parla più di autocommiserazione e di attesa passiva. Stavolta c’è un messaggio che sembra ancora più calato nella Storia e legato alle circostanze, con l’interpolazione di quattro nuovi versi:
Se solo capiranno [i contadini] che non sono soli,
che ci sono altri villaggi attorno e accanto,
e nei villaggi, ci sono esseri umani come loro,
e solo se impareranno a vivere con loro
Dani Litani spiega che solo con l’impegno, con lo sforzo di vedere veramente l’altro, di guardare in faccia gli abitanti dei villaggi accanto, “esseri umani” a loro volta (non sono affatto parole da niente negli anni della seconda intifada, e infatti il riferimento politico non piacque e continua a non piacere a tutti), che subiscono a loro volta la veemenza del vulcano,2 solo imparando a vivere assieme, solo così si potrà sperare nella fine delle distruzioni.
Naïf o no, ecco la mia traduzione di questa splendida canzone.
Quando leggi sui giornali
di un vulcano che erutta in Sicilia,
di villaggi interi finiti sottoterra,
in Cile o in India –
quando leggi sui giornali
ti domandi “Ma perché,
perché ritornano i contadini
proprio a quei versanti traditori?
Perché non se ne vanno via da lì,
in cerca di un posto più sicuro,
in cui potranno finalmente vivere tranquilli
una volta per tutte?”.A volte ti capita d’incontrare un turista
che ti chiede: “Spiegami, perché,
perché vi ostinate a vivere
ai piedi del vulcano?
Nel mondo si possono anche trovare
degli angoli tranquilli, senza fumo né rumore
e terra solida e buona
che non vi tremi sotto ai piedi.
Perché non ve ne andate via da qua,
a cercare un posto più sicuro
in cui potrete vivere tranquilli
una volta per tutte?”.E poi, tutto d’un tratto, li capisci,
capisci il contadino sopra il Chimborazo
quei montanari del Fujisan
e il bambino sul Vesuvio:
anche loro, certo, sanno bene
che ci sono luoghi più sicuri al mondo
e terreni più solidi del loro,
che ricopre le case dei loro avi.
Anche loro potrebbero, forse, andare via
a cercarsi un posto più sicuro
in cui potrebbero, infine, vivere tranquilli
una volta per tutte.Ma stanno incollati ai versanti
e aspettano, chissà, chissà, forse domani,
aspettano il giorno che verrà
quando la rabbia del vulcano tacerà.
Se solo capiranno che non sono i soli
ci sono altri villaggi attorno e accanto
e nei villaggi, esseri umani anche loro,
e solo se impareranno a vivere con loro,
solo allora, sopra il basalto nero
verdeggerà il monte e fiorirà
una volta per tutte![E affileranno le spade in vomeri e i vomeri in spade,
e ancora e ancora, sciagura, senza tregua.] 3
Note
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Non viene mai esplicitato che il “vulcano in Sicilia” sia proprio l’Etna, che nel 1971 vide una delle sue eruzioni più lunghe di tutto il secolo, durata da aprile a giugno. È facile immaginare come un titolo giornalistico su un tale evento possa colpire l’immaginazione di un poeta e scrittore. ↩︎ Forse che uomo e natura coincidano, alla fine? ↩
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Forse che uomo e natura coincidano, in fin dei conti? ↩
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Le voci che ripetono questo distico negli ultimi due minuti riprendono il finale di una poesia di Yehuda Amichai, Una sorta di fine dei tempi, che a sua volta allude a Isaia 2:4: “essi, con le loro spade, costruiranno vomeri di aratro e, con le loro lance, falci; una nazione non alzerà più la spada contro un’altra e non impareranno più la guerra”. ↩